Il processo dell’apprendere liberamente, radicato nella persona, sgorga da un bisogno di seguire le orme della propria vitalità, identità, evidenza. Questo processo è come un sole che brilla verso l’esterno.

Tanto universali sono la necessità e la capacità di apprendere, altrettanto diverse sono le forme di cui il processo empirico si riveste: perché l’apprendimento è una dinamica ancorata all’esterno, satura di aspetti sociali, religiosi, culturali, tecnici ed altri ancora.

Su questo punto, un’affermazione programmatica di Wilhelm von Humboldt (1767-1835), di duecento anni fa:

Qualsiasi apprendimento ha la sua origine solo all’interno dell’anima e dagli eventi esterni può solo essere indotto, mai creato.”[1]

Ogni persona si esperimenta ovviamente nella continua simbiosi fra il suo bisogno e la sua capacità di dispiegarsi da un lato, e la realtà esterna e culturale dell’apprendimento dall’altro.

Per maggiore chiarezza, questa distinzione può essere paragonata alla capacità di parlare e alla lingua. E’ noto infatti che l’essere umano nasce privo di un linguaggio verbale ed esplora la propria voce, il parlare e poi la propria “lingua-madre”. Scopre anche un’ulteriore peculiarità della specie umana: la capacità di astrazione. Come avvengono tutti questi processi miracolosi? Attraverso il con-fluire della capacità e predisposizione personali da un lato e le condizioni di un ambito sociale e culturale dall’altro.

Più concretamente: l’osservazione del rapporto qualitativo della persona con l’apprendimento, mostra che la dimensione temporale, spaziale e oggettuale di un processo di apprendimento vivo e vissuto significa due cose:

  • da un lato, la comunicazione immediata del rapporto io-tu è il terreno fertile dell’esperienza veramente prospera dell’apprendere. In questo senso, qui non si tratta di un’apologia di un processo di apprendimento narcisistico che stimoli l’egocentrismo patologico a spese della socializzazione;
  • dall’altro, un processo di apprendimento vivo contiene ovviamente innumerevoli aspetti dell’eredità culturale, tecnica, religiosa a noi familiare, che a nostra volta tramandiamo, come ad esempio la lingua. Tale apprendimento è un fattore di identità personale e socio-culturale. Quest’esperienza nasce dove personalità e ambiente entrano in contatto, dove si incontrano la sorgente del desiderio di conoscenza e le condizioni socio-culturali, dove la persona che si sta formando sta in una relazione costante e immediata con i suoi simili e il suo ambiente.

A questo punto, può essere interessante la descrizione che dà di apprendimento Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) nel suo “Massime e riflessioni”[2]:

Esprimersi è natura; assumere ciò che è stato espresso così com’è dato, è apprendimento”.

Questa relazione unica della persona con il suo ambiente mi pare descritta efficacemente dalla parola “interesse”: inter-esse [n.d.r.: in latino, essere fra], innanzi tutto come ciò che sta in mezzo. Cosa c’è fra il mondo dell’io e il mondo intorno all’io? La capacità di prestare attenzione a quest’ultimo!

Definendo “interesse” la simpatia per ciò che succede intorno a me, questa parola assume la sua vera connotazione umana: “interesse” significa trasformazione, se non addirittura trascendenza, dell’originaria, egoistica brama di sapere, in un’autentica relazione con il mondo.

Quando mi sento sfidato, letteralmente sollecitato, dall’interesse ad uscire dall’apparente sicurezza dell’esistente e del noto e ad aprirmi all’altro, all’estraneo, al nuovo, questo processo rappresenta un’esperienza di arricchimento, di appagamento, di maturazione. E’ questo il processo di cui parlo quando dico che il processo di apprendimento unisce i due fattori della potenzialità innata della persona e dell’ambiente culturale.

Intendeva questo Moses Mendelssohn (1729-1786), quando nel 1784 descrisse l’apprendimento come “unione di cultura e chiarimento[3]”?

E Wilhelm von Humboldt scriveva nel 1793:

Il compito ultimo della nostra esistenza è quello di procurare al concetto di umanità nella nostra persona il più grande contenuto possibile; questo compito si risolve solo attraverso l’intreccio del nostro io con il mondo per arrivare alla simbiosi più generale, vivida e libera.”

Perciò l’essere umano deve “muoversi da sé stesso verso gli oggetti al suo esterno ed è fondamentale che in questa alienazione non si perda, ma rifletta invece al suo interno la luce che rischiara e il calore benefico di tutto ciò che percepisce al di fuori di sé.”

Bertrand Stern, “Basta scuola! – il diritto umano di formarsi liberamente”,
(titolo originale: “Schluß mit Schule! – das Menschenrecht, sich frei zu bilden“),
Tologo Verlag, 2016, pag. 49 e segg.
Traduzione dal Tedesco di Nunzia Vezzola

[1] Wilhelm von Humboldt, “Gesammelte Schriften”, Aksd. 1.70

[2] Titolo originale: “Maximen und Reflexionen”

[3] L’autore usa il termine “Aufklärung”, che significa Illuminismo, ma anche delucidazione, chiarimento.

Il processo dell’apprendimento – cos’è? (Bertrand Stern)

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