Se in generale si parla del complesso tema “creatività”, di solito si sentono chiamati a esprimere opinioni e consigli alcuni specialisti. Da decenni ci si lamenta che la creatività non viene coltivata abbastanza, anche se sarebbe assolutamente necessario, per sostenere future sfide. Presto psicologi, pedagogisti, sociologi, studiosi di politica, tecnici, architetti, disegnatori, artisti, manager culturali e altri propongono cosa si dovrebbe intraprendere per risolvere il deficit “creativo”.
Per molti motivi non mi unirò a questo coro: primo, le mie esperienze biografiche portano in una direzione completamente diversa; secondo, trovo il dibattito non solo ipocrita ma anche parte del problema: ciò, che è definito come “creatività”, contribuisce concretamente all’ostacolo dei processi naturali e delle possibilità degli uomini; perciò ogni ampliamento del più benevolo “sostegno della creatività” (secondo il conosciuto motto “più dello stesso”) andrebbe semplicemente a peggiorare il dramma. Terzo, solamente un approccio completamente diverso nei confronti di questo tema è in grado di stimolare noi uomini in modo che possiamo sentirci onorati, di percepire e attivare questa dinamica spesso scossa. Questo processo l’ho definito come “slegatura”, perché ciò significa letteralmente liberare il vincente da inutili catene. Il “risultato” di questa slegatura non è una “creatività” ma un uomo creativo!

(Vom Glück des Nichtstuns, Teil 3, pag. 51-52)

“Quello che non conosci, credi che non abbia valore? Dici che fantasia non sia reale? Solo da lei crescono nuovi mondi: in ciò che creiamo, siamo liberi.”

(Michael Ende, Das Gauklermännchen, Vom Glück des Nichtstuns, pag. 51)

Creatività. Come?

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