La partecipazione al convegno “Dall’emergenza scuola all’emergere dell’anima”, tenutosi a Torino il 9 e 10 giugno e nato dalla collaborazione fra le Associazioni Aleph e Attuare la Costituzione, è stata un’occasione importante di riflessione, confronto e arricchimento che riteniamo condividere.

La tematica, come si evidenzia dal titolo, è stata la scuola nel suo autentico significato, quindi nel suo essere apprendimento, educazione, istruzione, pedagogia e tutto ciò intrecciandosi con altri temi ad essa connessi come la costituzione, la musica, i linguaggi, la crescita personale nella sua interezza intellettuale, corporea, relazionale e spirituale ed altro ancora. Un aspetto comune è emerso: oggi siamo in una situazione di emergenza; la modalità con la quale oggi si procede, come espressa nella “Buona scuola”, risponde a tale emergenza?

Da qui il bisogno di condividere con voi alcuni degli spunti di riflessione che abbiamo colto. Cominciamo dalla prima giornata: per questioni logistiche, non siamo riusciti a presenziare all’ultimo intervento. Quindi la nostra relazione si limita agli altri cinque.

La differenziazione dei caratteri tipografici (colore del font) si pone l’obiettivo di consentire una lettura “panoramica” e introduttiva al relatore, indicata con il colore grigio, e una lettura approfondita in blu, nella quale si accenna all’esposizione del relatore stesso. Vi ricordiamo che questo è solo il riassunto di ciò che abbiamo colto.
Per una illustrazione più completa e dettagliata dei vari interventi, si rimanda al sito ufficiale.

 

Il prof. Paolo Mottana, docente ordinario di filosofia dell’educazione all’Università Bicocca di Milano, è intervenuto su “Educare oltre ogni frontiera”. Nella sua riflessione ha preso le mosse dall’esame della scuola come luogo, edificio o struttura destinato ad accogliere attività didattiche, per arrivare a parlare di educazione diffusa e a presentare il suo progetto di “gaia educazione”, meglio illustrata nel quartiereEDUCANTE (la struttura in cui siamo immersi condiziona il nostro agire).

Ha cominciato con alcuni aggettivi: il luogo-scuola è coercitivo, concentrazionale (nel senso che implica la concentrazione di molte persone in poco spazio), normativo, punitivo. E’ il luogo della negazione di alcuni diritti e bisogni fondamentali: dal bisogno di movimento, al diritto ad esprimere liberamente la propria creatività, la propria intelligenza, ecc. (qui l’avverbio liberamente è stato intenzionalmente ripetuto e sottolineato). E’ un luogo in cui l’intimità è negata (una sorta di panottico), così come la democrazia, la libertà e l’accoglienza (o ospitalità).

Allora perché? Da dove nasce l’abitudine di rinchiudere bambine/i e giovani in questi edifici disadorni per tempi lunghissimi, in cui si richiede che assumano una postura che non è affatto adatta al loro corpo in formazione?

Quest’uso deriva dall’antica esigenza di rinchiudere alcune categorie di persone “difficili da gestire”, come i malati, i criminali, i lebbrosi, ecc. Prova ne è il fatto che la città non è attrezzata per ospitare i bambini. E serve ad abituare le giovani generazioni alla coazione al lavoro, all’ubbidienza, alla saturazione del proprio tempo, allo star fermi.

Riferendosi all’origine etimologica del termine (scuola, dal greco skholḗ, tempo liberato, dedicato allo svago della mente, all’ozio), il prof. Mottana dice che questo ne dovrebbe essere il senso: l’ozio dei bambini, accanto ai genitori, per consentire la continuità del rapporto parentale. Ciò consentirebbe di coltivare le passioni dei piccoli: per l’avventura, per il ritiro, per la solitudine. Invece, siamo un po’ tutti autistici e concentrati su noi stessi.

La gaia educazione è un approccio che demistifica le idee convenzionali sull’educazione e si pone dal punto di vista dell’essere umano che viene alla vita.

Il luogo scuola produce noia, che è una richiesta di cibo nuovo, di affetto; lì il bambino/ragazzo non è mai soggetto, non decide niente, è neutralizzato dal moralismo, Silvano Agosti parla di “educastrati”.

L’educazione diffusa ha per “luogo” il quartiere nella sua interezza.

Nel corso della sua relazione, ha citato il testo di David Grossman, Ci sono bambini zig-zag.

 

Il prof. Giovanni Vacchelli, scrittore e docente, (“Per una scuola della liberazione e la liberazione della scuola”), ha ricordato la definizione di figli del nobel per l’economia Gary Becker, che starebbe alla base dell’attuale concezione della scuola. Ha poi menzionato le numerose linee di pensiero critico e ha evidenziato l’urgenza di liberare la scuola dal suo passato, ma anche dal suo presente e pure … dalla scuola stessa. Ha definito quindi la scuola della liberazione.

La concezione utilitaristica che ispira il sistema educativo attuale spiega il perché il termine “competenze” non è più usato nel suo senso etimologico originario, di cum petĕre (andare insieme, dirigersi insieme), ma nel senso dell’inglese compete, competition, competere, competizione. Secondo questa visione filosofica, è necessario diventare sempre più competitivi e flessibili degli USA, il che di fatto significa “atti a divenire neoschiavi”.

Ecco perché si pone l’urgenza di liberare la scuola da tutto ciò: dal suo presente, dal suo passato (non è infatti pensabile tornare alla pedana sotto la cattedra), ma anche … dalla scuola stessa.

Bisogna salvare la scuola dall’era digitale: l’invasione tecnologica è avvenuta senza la debita discussione, vista la portata di tale rivoluzione, paragonabile solo all’avvento della scrittura.

Le linee di pensiero critico sono numerose: da Foucault, che parla di “scuola carceraria” (Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione), a Paulo Freire e don Lorenzo Milani, ai sociologi Bourdieu e Passeron (La Reproduction. Éléments pour une théorie du système d’enseignement, Edition de Minuit, 1970), a Henry A. Giroux, fondatore della pedagogia critica, a Benedetto Vertecchi, a Ivan Illich, che parla di educazione diffusa, poiché la scuola  non è l’unico luogo di formazione.

La scuola della liberazione è fatta di entusiasmo, di vita, è quella dell’erotica dello studio, che potenzia le facoltà umane (non le competenze), l’immaginazione attiva, è la scuola dell’interculturalità.

 

La filosofa e scrittrice Gloria Germani di “Tutta un’altra scuola” ha presentato l’Alice Project, una pedagogia basata sul concetto di non-dualismo e sull’esplorazione del mondo interiore.

Le scienze quantiche, da Einstein in avanti, la psicologia transpersonale, le scoperte delle neuroscienze e della PNEI (Psiconeuroendocrinoimmunologia) confermano che non ha fondamento il dualismo su cui si basa una certa visione del mondo (mente/corpo, interno/esterno, ecc.).

L’Alice Project usa tecniche di pacificazione della mente, come yoga, visualizzazioni e meditazione, e tecniche di contatto con le emozioni e la spiritualità.

Il suo teorizzatore Valentino Giacomin intendeva infatti fondare un’educazione alla felicità, alle emozioni e all’etica.

Gloria Germani ha citato Tiziano Terzani (“Le scuole, oggi, non sono fatte per insegnare”), l’economista e filosofo Serge Latouche, teorizzatore della decrescita (“Oggi la scuola trasmette la religione della crescita”) e il Dalai Lama.

 

Il prof. Nicola Donti, docente esperto in comunicazione, ha messo a fuoco la relazione educativa genitoriale, ha parlato di entusiasmo e di atto di stupore, base di ogni apprendimento.

“La mia laurea più importante (e difficile) l’ho fatta con i miei figli”.

Ha raccontato un paio di aneddoti e situazioni che mettono in luce le contraddizioni e difficoltà del genitore alle prime armi, il quale, per mancanza di riferimenti, riproduce i modelli che ha avuto. Così, quando i figli chiedono “Perché?”, che è una richiesta di senso e di significato, il genitore fornisce semplicemente risposte da manuale. Ma la sfida da cogliere è di avere il coraggio di cercare risposte insieme, cioè di scegliere insieme la libertà.

L’incoerenza legata alla relazione di potere è stata illustrata con l’aneddoto del genitore che interviene come ha visto fare: una sberla accompagnata dall’imperativo: “Non si picchia nessuno!” Al bambino non sfugge la contraddizione e il potere dell’adulto di costruire regole per gli altri ed eccezioni per se stesso. La cosa che si augura sopra ogni altra a questo punto è di poter diventare lui stesso adulto per poter disporre delle stesse facoltà.

“Quello che i miei figli hanno imparato è ciò che mi hanno visto fare”: la chiave di volta è l’entusiasmo, che non si può insegnare; si può solo trasmettere per contagio. Il significato etimologico di entusiasmo è “avere Dio in sé”: en (dentro) thèos (dio), il dio dentro. “L’ho imparato dai miei figli”: ogni conoscenza inizia con un atto di stupore, uno sguardo poetico (che sottrae alla vita la sua parte di banalità). E’ lo sguardo dell’estasi.

L’educatore ha una grande responsabilità: può salvare una vita, la sua.

 

Il prof. Roberto Mancini, docente di filosofia teoretica all’Università di Macerata, che insegna anche Culture della sostenibilità presso l’Accademia di Architettura dell’Università della Svizzera Italiana a Mendrisio  è intervenuto su “Il senso della scuola. Educare e liberare”. Ha introdotto un’interessante riflessione, tra l’altro, anche sui concetti di:

società della dignità:

La società della dignità vuol dire che nessuno è straniero (nessuno viene da Marte … se anche venissero da Marte, dovremmo tentare di parlarci), siamo tutti sulla stessa Terra una stessa umanità, e ciascuno è riconosciuto per la sua dignità originaria e incondizionata. Questo criterio, insieme al criterio della dignità della Natura, è il criterio dirimente che deve orientare i sistemi di servizio: la politica, l’economia, l’educazione, l’informazione. Devono essere sistemi di servizio e non diventare mai i padroni con logiche autoreferenziali.

C’è democrazia, una democrazia naturalmente in cammino, tendenziale, quando matura una società della dignità. “Una società decente in cui nessuno si debba vergognare per quello che è o per quello che  non ha”.

sistemi di potere:

La nostra società è dominata da almeno cinque sistemi globali di potere, che hanno dei meccanismi tendenzialmente automatici e funzionano saltando la coscienza, la democrazia, la libertà, il pensiero critico, la riflessione di senso:

  • la finanza, non solo il mercato finanziarizzato, la borsa, come forma di potere, ma anche come vero e proprio sistema di rappresentazione della realtà: ci hanno detto che c’è la crisi (mentre invece si tratta di un attacco dei poteri finanziari, dovremmo difenderci) e la crisi non ha responsabili, è come un temporale, dobbiamo sopportare rassegnati ed aspettare che passi;
  • l’apparato tecnologico, un elemento che ci condiziona pesantemente, un elemento complessivo nel quale siamo immersi, come l’acqua per i pesci. Non si tratta di demonizzarlo: ci permette di fare tante cose, molte delle quali inutili. Ma non possiamo neanche essere così ingenui da accettare la banalità del “è un mezzo, tutto dipende da come si usa”, perché ciò presupporrebbe che la persona che lo usa abbia un’integrità e un pensiero critico che sopravanzano il mezzo;
  • i media: viviamo nell’epoca della post-verità; l’importante è il tipo di rappresentazione della realtà;
  • la burocrazia, in continua espansione;
  • la geopolitica, cioè, diversamente da quanto sembra dire il termine stesso, la rissa permanenti fra i governi per estendere il proprio potere, con tutte queste persone che si sfidano continuamente, fra le quali non c’è differenza: tutti si confrontano per i loro giochetti di potere.

Questi cinque sistemi di potere si intrecciano fra loro ed hanno come unico tratto comune la logica senza pensiero; il potere come unica logica, il potere fine a se stesso. Le persone diventano funzionali al sistema, sono interscambiabili; si chiamano “risorse umane” (ma era l’economia a dover essere una risorsa per noi), oppure “esuberi” o, peggio ancora, “scarti”, buoni per morire nel Mediterraneo o in qualche bombardamento in Siria. La “società” è quella di “mercato”, mentre il resto è il “sociale”, cioè un cassettino nel sistema. Ecco perché gli automi sostituiranno le persone: perché vanno in automatico.

libertà e responsabilità:

La reazione di manifesta mediante un gesto determinato dall’azione dell’altro (“tu mi dai uno schiaffo e io reagisco con un altro schiaffo”).

La risposta è un gesto non determinato immediatamente dall’azione dell’altro (“tu mi dai uno schiaffo e io ti do una carezza”). Qui siamo in un ambito di libertà. E di responsabilità, cioè di capacità di dare una risposta. La responsabilità e la libertà sono due facce della stessa medaglia.

“La libertà inizia quando smettiamo di reagire e cominciamo a rispondere per quella persona originale che siamo.”

etica:

quando assumiamo la responsabilità come modo di essere che dà respiro a quello che siamo; la responsabilità non è un freno, non è un peso, non è un limite.

Senza rigenerazione etica della scuola non riusciremo ad assumere il valore della convivenza.

scuola della liberazione:

E’ necessaria una rigenerazione etica della scuola.

E’ la didattica che deve cambiare, attraverso un processo di pensieri, confronto, progetti che si incontrano, esperienze; è necessario preparare un movimento di partecipazione civile. C’è una chiara alternativa fra la didattica secondo la logica di potere, gradita ai sistemi di potere, e la didattica concepita dalla cultura della liberazione e della dignità. La prima mettere innanzi tutto le competenze utili al sistema (poi le chiama skills, così suona più moderno). La seconda mette al primo posto le persone, poi le facoltà umane (il pensiero critico, l’immaginazione, l’equilibrio corporeo, la sensibilità affettiva), poi ancora le conoscenze e lo studio, necessarie per conoscere il mondo, e infine le competenze, che però sono diverse da quelle volute dal potere e saranno quelle utili alla trasformazione di questa economia e questo mercato.

L’economia finanziarizzata non aspetta i giovani; l’economia di oggi è pensata per alti tassi di disoccupazione, perché questi garantiscono manodopera a basso costo. La scuola però non deve adeguarsi, ma preparare delle persone così critiche, così resistenti, così creative che saranno capaci di cambiare le condizioni di questa società. L’alternanza scuola-lavoro è offensiva, sia perché non offre lavoro, ma lavoro nero, sia perché sottintende che la scuola sia una cosa da piccoli, da bamboccioni, a differenza del lavoro, roba da grandi. Invece, la scuola è un percorso di umanizzazione, è vita.

Gli insegnanti non possono più limitarsi a riprodurre ciò che hanno imparato a loro volta. L’insegnante deve diventare educatore e ricercatore, bisogna permettere agli insegnanti di fare ricerca in classe.

 

Al convegno è stato presentato inoltre l’appello per la scuola pubblica, in cui si chiede l’apertura di un ampio dibattito governo-Scuola di base- organizzazioni sindacali-cittadinanza su questioni importanti e su tutto l’impianto della Legge 107/2015 /”Buona scuola”). 

E’ possibile firmare l’appello seguendo questo link.

Carlo Leali e Nunzia Vezzola

Dall’emergenza scuola all’emergere dell’anima – riflessioni sul convegno (prima parte)

Un pensiero su “Dall’emergenza scuola all’emergere dell’anima – riflessioni sul convegno (prima parte)

  • 17 Giugno 2018, 07:17 alle
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    Grazie Nunzia e Sergio! Ottimo riassunto degli stimolanti punti di riflessione emersi durante il Convegno.

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