Vorrei condividere alcune riflessioni su un aspetto che suggerisce come l’homeschooling si presta particolarmente bene ad attuare una modalità attiva di sostegno all’apprendimento. Mi riferisco qui all’opera di Céline Alvarez[1], insegnante innovativa ed esperta di pedagogie alternative, secondo cui la relazione adulto-bambino deve essere discreta e al tempo stesso costantemente percepibile e si realizza prioritariamente in uno sguardo benevolo e accogliente.

Che il bambino abbia bisogno dell’adulto per crescere non è una novità. Come non lo è neanche il fatto che questa interazione sia necessaria al processo di apprendimento: le scienze dello sviluppo umano confermano il ruolo fondamentale di questa relazione, che rappresenta la conditio sine qua non dell’evoluzione del piccolo. Ma come deve essere e come avviene al meglio detta relazione?

“Le ricerche rivelano che un sostegno troppo esplicito frena l’esplorazione […].” Il bambino percepisce subito il nostro atteggiamento didattico e vi si sottrae: l’esplorazione e la sperimentazione da cui si origina l’apprendimento sono processi personali, soggettivi, che passano attraverso la curiosità, la previsione, il tentativo, l’errore, la correzione dell’ipotesi, e la ripetizione di queste operazioni fino all’individuazione della risposta adeguata. Quindi molto spesso non è la spiegazione, la dimostrazione, o la rivelazione della soluzione che il bambino cerca (a meno che non sia lui a chiederla), bensì la condivisione della curiosità e dell’attenzione al fenomeno che lo interessa in quel momento. Non eseguiamo l’esperimento al suo posto, non facciamogli una lezione, non togliamogli l’opportunità di verificare le sue previsioni, quindi anche il rischio di sbagliare.

Però, d’altro canto, “se manca l’attenzione condivisa tra l’adulto e il bambino non ci sarà alcun apprendimento”. Questo è stato dimostrato da innumerevoli studi[2], soprattutto nell’ambito dell’apprendimento linguistico e dell’uso dei dispositivi audio-visivi e/o sintesi vocali: “senza la presenza umana, anche con un bel video, i bambini non avevano tenuto a mente nulla.”

E’ necessario quindi trovare il giusto equilibrio fra l’atteggiamento didattico e l’assenza di partecipazione da parte del grande.

“Il bambino rischia di tralasciare l’apprendimento se l’adulto non dedica un po’ di tempo a guardarlo negli occhi, a rivolgergli una parola dolce, o a indicare con il dito qualcosa […]. Lo sguardo, l’indicazione e la voce affettuosa sono per il bambino segnali sociali manifesti  […]. La sua attenzione è in stato di allerta e i meccanismi della plasticità neuronale si attivano, pronti a ricevere l’informazione.”

Quindi i “messaggi in codice”, inequivocabili e al tempo stesso riservati, che manifestano al bambino la vicinanza dell’adulto sono tre, secondo Céline Alvarez: il contatto visivo, il gesto di indicare e la voce. Questi sono gli elementi che permettono di conciliare il bisogno di coinvolgimento dell’adulto con l’esigenza di discrezione.

Fra tutti, però, il più importante è lo sguardo: è il più discreto, non interferisce, ma è chiaramente percepibile, empatico e caldo, crea contatto pur mantenendo una relativa distanza fisica e quindi una certa autonomia d’azione, stimola l’apprendimento e l’intraprendenza, rafforza l’autostima.

Quante volte i nostri figli vogliono la conferma che li stiamo guardando mentre esplorano il mondo o si mettono in gioco in qualche modo! “Guardami, mamma!” Cercano uno sguardo complice, amorevole, incoraggiante, sorridente, comprensivo, un’attenzione costante e prioritaria. Non il compiacimento o l’orgoglio vogliono leggere nei nostri occhi, ma l’attenzione doverosa per il loro lavoro e la loro crescita.

Ecco una modalità senz’altro vincente per una relazione discreta ma percepibile,  per “sostenere il bambino in maniera mirata e non invasiva” durante il processo di apprendimento.

E’ chiaro che ciò richiede condizioni favorevoli difficili da realizzare in gruppi numerosi, con un rapporto adulti-bambini molto sbilanciato, come ad esempio una classe, in cui lo sguardo del docente è neutro, distribuito a pioggia su tutti gli allievi e spesso finalizzato al controllo e alla sorveglianza. L’apprendimento in famiglia, l’homeschooling,  permette invece di creare quella esclusività di relazione, quella sintonia, quella conoscenza reciproca, quella complicità, quell’intensità di rapporto, quella fiducia che stanno alla base del processo di apprendimento. Il genitore sensibile e allenato sa dosare le distanze, il contatto visivo, la partecipazione all’esplorazione del proprio figlio, sa stargli accanto senza essere indiscreto.

Questa relazione adulto-bambino, unica e delicata, spesso è un elemento caratterizzante della scelta di fare homeschooling e sta alla base dell’atteggiamento del genitore, il quale sceglie di non fare l’insegnante per istruire il figlio, ma semplicemente lo accompagna nel suo percorso personale di sviluppo fisico, cognitivo, psicologico.

Nunzia Vezzola

 

[1] Tutte le citazioni (indicate tra virgolette) sono tratte dal libro di Céline Alvarez, Le leggi naturali del bambino – la nuova rivoluzione dell’educazione, nella traduzione di Marianna Basile e Chiara Lusetti, Mondadori, 2017, pagg. 53-63 e dal suo blog: https://www.celinealvarez.org/all-you-need-is-love

[2] In particolare, l’autrice fa riferimento a quelli di Patricia Kuhl, F.M. Tsao e H. M. Liu, Foreign Language Esperience in Infancy: Effects of Short-Term Exposure and Social Interaction on Phonetic Learning, in PNAS, 100 (15), 2003, pagg. 96-101

Crescere di sguardi – Riflessioni sull’homeschooling a partire da Céline Alvarez

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