Proponiamo la lettura della Tribune di André Stern  sulla libertà di istruzione, apparsa il 31 ottobre 2020 sull’Huffington Post.

André si dichiara inoltre felice e grato della collaborazione con noi ed auspica il coinvolgimento della stampa e dei social in questa campagna di sensibilizzazione.

 

Figlio mio, bambino mio,

Il giorno in cui sei nato, mi hai fatto venire al mondo. Sei lì, sdraiato sul lato, e scopri con calma e stupore il nostro mondo binario – tu che non avevi conosciuto che l’omogeneità prenatale, dove non esistono né caldo, né freddo, né fame, né sete – hai piantato i tuoi occhioni aperti nei miei e, di colpo, mi hai fatto passare, da sostituibile quale ero, a indispensabile. Indispensabile per te, per il tuo futuro, per la tua sicurezza.

Sei cresciuto secondo il tuo ritmo, attraversando ogni tipo di tappa, imparando a camminare e a parlare senza che queste cose ti fossero insegnate, semplicemente perché gli altri, attorno a te, le facevano e perché tale è la tua predisposizione. Il bambino diventa come lo vediamo. Il bambino diventa come ci vede. Ecco l’invito a meditare sia l’uno che l’altro.

Sono tuo papà. Ho 49 anni. Non sono mai andato a scuola. Da diversi decenni scrivo libri, viaggio per il mondo, invitato in luoghi prestigiosi, al pari di oratori riconosciuti, per parlare d’infanzia, di fiducia e di libertà. Mi sono messo a lavorare con ogni tipo di scienziato, trasportato dalla constatazione di una convergenza tanto bella, poiché tutti i campi d’indagine conducono a questa stessa conclusione: il bambino è un gigante in una situazione di fiducia.

Quotidianamente, nel mio lavoro accanto a professionisti dell’educazione, accanto a genitori, accanto a giovani e a bambini, mi impegno a riportare questa fiducia, faccio la mia parte di lavoro necessario al suo ritorno, in nome tuo.

Come me, anche tu porti in te le tracce della storia dei tuoi antenati. La mia infanzia è stata segnata dall’immagine di mio padre che, a 9 anni, ha abbandonato per sempre la sua macchinina a pedali nel cortile della casa in cui era cresciuto per salire su un’auto e fuggire il nazismo insieme ai suoi genitori. Oggi, all’età di 96 anni, tuo nonno è uno dei pedagogisti più stimati della nostra epoca. Insieme a sua moglie, mia mamma, ha passato 70 anni ad osservare lo sviluppo di migliaia di bambini. Il percorso dei miei genitori, opposto a qualsiasi estremismo, qualsiasi radicalismo, qualsiasi separatismo, genera una fiducia incrollabile nell’infanzia e una convinzione rinforzata dal rispetto che le è dovuto.

Le tue prime vere angosce le hai vissute quest’anno, a causa del coronavirus. I gesti barriera, le mascherine, il lockdown – che ti ha privato dei tuoi amici, dei tuoi nonni, della tua abitudine e del tuo desiderio di andare nel mondo ad incontrare gli altri. Ma questa angoscia sappiamo che passerà, che ha un termine, anche se la data non ci è nota.

Ma ecco che venerdì 2 ottobre 2020, il venerdì nero della libertà di istruzione, è arrivata, per bocca del nostro Presidente, sotto la forma di un “ho preso la decisione”, una notizia che, da quel momento, ti causa un’inquietudine ben più grande, ben più duratura. Una minaccia forte che, se si concretizza, non conoscerà un “ritorno alla normalità”. Turba il tuo sonno, ti priva della tranquillità quotidiana che doveva conservarsi senza data di scadenza. Tu non sei il solo ad essere sconvolto da questo: anche noi stessi, i tuoi genitori, tuo fratellino, i tuoi nonni, i tuoi zii e zie, i tuoi amici. Tutti condividono questa inquietudine.

Hai paura, e questa paura ti arriva da coloro che sono tenuti a proteggerti: le nostre autorità pubbliche. Hai paura di dovere, l’anno prossimo, domani, a causa di una decisione presa unilateralmente, lasciare la tua patria, il tuo mondo, i tuoi amici, fuggire da un paese che ti priva – e priva la tua famiglia – di una libertà a cui non sei disposto a rinunciare.

Devo dirti, figlio mio, che non ci sono piccole o grandi libertà. Una libertà è come il giubbotto di salvataggio che in aereo sappiamo di avere sotto il sedile. Anche se la probabilità di dover farne uso è prossima allo zero, non accetteremmo di esserne privati.

Ciò che provi, ciò che vorresti dire, ciò che io desidero comunicare, si rivolge anche, e forse soprattutto, a tutti coloro i quali non sanno ancora che sono direttamente coinvolti da questa rimessa in discussione di un diritto fondamentale, anche se hanno fatto una scelta diversa dalla nostra.

La libertà di praticare l’istruzione famigliare può diventare improvvisamente d’attualità per chiunque. Un bambino diverso, una situazione che muta, succede a tutti. Se il margine di manovra diventa striminzito, è tutta la nostra libertà che ne risulta compromessa.

Se dobbiamo lasciare il nostro Paese a causa delle nostre scelte educative, che pure sono in perfetta sintonia con il benessere del bambino e con i valori repubblicani, sintonia debitamente controllata dallo Stato stesso, allora addio “liberté, égalité et fraternité” et sororité (e sorellanza) che ci stanno tanto a cuore e che tu, figlio mio, difendi così ardentemente.

Se c’è un problema, è insieme che bisogna risolverlo. E non tranciare nel vivo senza tener contro della vita di quelli che sono coinvolti. Non si amputa una gamba per una spina nel piede. Lavoriamo insieme a soluzioni vantaggiose per tutti.

Perché, figlio mio, no, i tuoi genitori non sono contro la scuola. Tua mamma, come anche i miei genitori, sono stati alunni modello e felici e, ad oggi, non hanno alcun conto in sospeso con la scuola o con il sistema. Quindi non è né per dispetto, né per desiderio di risparmiare ai nostri figli ciò che avremmo vissuto come un’esperienza personale negativa che abbiamo preso la decisione di non mandare a scuola te e il tuo fratellino.

Non contro la scuola. Ma per qualcosa. Per rispettare i ritmi naturali del bambino. Tante cose si muovono, ormai, in contrasto con i grandi ritmi umani! Un esempio come un altro ci viene dal tentativo di far entrare la matematica in un cervello che non vi è ancora pronto. Il neurobiologo polacco Marek Kaczmarzyk[1] mette chiaramente in luce il fatto che, salvo qualche eccezione, il nostro cervello matematico non entra in funzione che a partire dall’età di 10 anni e che qualsiasi incontro forzato con la matematica prima di tale età porta al senso persistente di incapacità, di nullità personale, sviluppato da diversi bambini per la semplice ragione che approcciano un argomento prima di possedere lo strumento per comprenderlo.

Nel nostro Paese, vogliamo continuare ad avere il diritto, se ne prendiamo la decisione e ce ne assumiamo la responsabilità, di non far entrare i nostri figli in contatto con la matematica prima che il loro cervello sia pronto.

Perché non bisogna dimenticare che un’immensa maggioranza di coloro che praticano l’istruzione famigliare, e noi ne facciamo parte, sono tutto tranne dei separatisti o dei clandestini: non ci nascondiamo, dichiariamo la nostra modalità di istruzione e veniamo controllati ogni anno dal Ministero dell’Educazione Nazionale e dal comune. Lungi dall’essere degli emarginati, lungi dall’essere dei “fuori sistema”, siamo una delle sfaccettature della sua pluralità.

Numerosi pregiudizi e malintesi sull’istruzione famigliare derivano dalla sua stessa denominazione, quando viene assimilata alla “scuola a casa”. Non andare a scuola non dovrebbe mai significare restare a casa. La casa ci limita alle idee, alle paure, alle conoscenze dei nostri genitori. Al contrario, non andare a scuola offre tutto lo spazio per dedicarsi alla disposizione naturale che ogni bambino porta in sé: quella di andare nel vasto mondo. Con le sue diversità e solidarietà. Per le quali il bambino è fatto. Di cui ha una fame senza limiti, consapevoli che noi siamo complementari e che insieme siamo molto più competenti e più forti di quando siamo isolati. Ti vedo, figlio mio, cambiare la vita di coloro che incontri, come loro cambiano la tua.

Figlio mio, voglio anche rassicurarti. Sperare e, soprattutto, aver fiducia: viviamo in uno stato di diritto. Tutto ciò per ora è soltanto un progetto, portato avanti da persone desiderose di fare bene. Resta la speranza che la tua voce sia ascoltata e il progetto modulato. E’ tale speranza che mi ha portato a scriverti.

Il tuo papà, che ti vuole bene.

 

[1] Marek Kaczmarzyk, Strefa napięć, Wydawnictwo Element 2020

 

Traduzione dal Francese di Nunzia Vezzola

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Per firmare la petizione in difesa della libertà di istruzione in Francia segui questo link.

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