
Unschooling, istituzioni e apprendimenti ai margini della scuola
Volentieri pubblichiamo le riflessione di una mamma-ricercatrice, ai margini della Conferenza Internazionale di Scuola Democratica: “Learning for Democracy, Democracy for Learning”.
L’apprendimento fuori dalla scuola e il problema del riconoscimento
Negli ultimi otto anni, con tre figli in età di obbligo di istruzione, mi sono trovata molte volte dall’altra parte del banco. Non come studentessa e nemmeno come insegnante, ma come madre di ragazzi in istruzione parentale chiamati a sostenere gli esami annuali previsti dalla normativa italiana. Da queste esperienze è nata una domanda che continua ad accompagnarmi: che cosa viene realmente valutato quando la scuola è tenuta a stabilire l’”idoneità” dell’apprendimento di un bambino o un adolescente che segue un percorso non scolastico?
I miei figli non sono mai stati a scuola. Il nostro percorso educativo si è sviluppato attraverso l’unschooling o apprendimento auto-diretto, tra libri, attività artistiche, musica, viaggi, laboratori, corsi, incontri, amicizie e interessi coltivati nel tempo. Come molte famiglie che praticano istruzione parentale, abbiamo investito energie e risorse nella costruzione di contesti ricchi di opportunità di apprendimento: ho visto i miei bambini e ragazzi dedicare tempo e passione a progetti complessi, imparare lingue utilizzandole, sviluppare competenze artistiche, tecniche e relazionali, approfondire argomenti ben oltre quanto previsto per la loro età anagrafica.
Specificità dell’unschooling rispetto all’apprendimento scolastico
L’unschooling rende particolarmente evidente un aspetto che spesso passa inosservato. Siamo abituati a pensare che l’apprendimento proceda seguendo programmi, discipline separate e tappe prefissate. Quando un ragazzo sviluppa conoscenze attraverso un interesse personale, però, il percorso può assumere forme molto differenti.
L’esperienza dell’unschooling mette in luce quindi una tensione profonda tra due modi diversi di concepire l’apprendimento. In un percorso auto-diretto, si approfondisce un tema perché suscita curiosità, si intrecciano saperi provenienti da ambiti diversi, si segue una domanda fino a dove conduce. Non sempre l’obiettivo è acquisire una determinata informazione; molto spesso si sviluppano capacità di ricerca, autonomia di giudizio, auto-organizzazione, gestione del tempo, individuazione delle fonti, capacità di porre domande significative.
La scuola, inevitabilmente, deve rispondere ad altre esigenze. Deve organizzare percorsi collettivi, garantire una progressione comune, rendere comparabili gli apprendimenti e certificare il raggiungimento di determinati obiettivi. La tensione non riguarda quindi la buona o cattiva volontà delle persone coinvolte, ma due logiche educative differenti. In un caso il sapere è fortemente legato al soggetto che apprende e ai suoi percorsi; nell’altro deve essere ricondotto a criteri condivisi, classificazioni disciplinari e standard valutabili.
La traduzione degli apprendimenti in unschooling
Proprio per questo, nel corso degli anni, molte famiglie hanno cercato di costruire un ponte tra questi due mondi. Anche noi abbiamo investito molto nella stesura dei Progetti Educativi Didattici, nel documentare attività e apprendimenti, nel rendere espliciti collegamenti che per noi erano spesso evidenti ma che potevano non esserlo per chi osservava il percorso dall’esterno. Non si tratta, come talvolta si immagina, di percorsi privi di progettazione o di riferimenti culturali condivisi. Al contrario, una parte significativa del lavoro consiste proprio nel rendere intellegibile alle istituzioni un’esperienza educativa che si sviluppa secondo logiche diverse da quelle scolastiche.
Con il passare degli anni, tuttavia, mi sono accorta che la questione non riguarda soltanto la possibilità di documentare gli apprendimenti. Molte famiglie producono Progetti Educativi Didattici dettagliati, descrivono attività e obiettivi, costruiscono collegamenti con le Indicazioni Nazionali. Eppure è diffusa la sensazione che questi materiali abbiano un peso limitato nel momento della valutazione effettiva. Si crea così uno scollamento tra il percorso educativo presentato dalla famiglia e quello che viene concretamente preso in considerazione durante l’esame. Da genitore ci si chiede allora quale funzione assuma il Progetto Educativo Didattico se, al momento della valutazione, il principale punto di riferimento continua a essere la programmazione ordinaria della scuola.
Il linguaggio della scuola
A questo scollamento si aggiunge un elemento che raramente viene esplicitato: la scuola possiede un proprio linguaggio. Non si tratta soltanto del lessico delle discipline, ma del modo stesso in cui viene costruita e riconosciuta una risposta corretta. Gli studenti frequentanti imparano progressivamente a distinguere ciò che è rilevante da ciò che è marginale, a utilizzare determinate categorie, a comprendere ciò che una domanda implicitamente richiede. Per uno studente che frequenta la scuola queste convenzioni vengono apprese progressivamente nel corso degli anni. Entrano a far parte dell’esperienza quotidiana.
Per chi segue un percorso diverso, invece, possono risultare meno intuitive. Questo non significa che manchino le competenze o la comprensione degli argomenti, ma che esistono linguaggi e culture educative diverse. Può quindi accadere che un ragazzo comprenda un fenomeno, sappia argomentarlo e collegarlo alla propria esperienza, ma fatichi a tradurlo nelle forme comunicative che l’istituzione scolastica riconosce come appropriate.
In questi casi il rischio è che venga valutata la familiarità con il codice scolastico almeno quanto l’apprendimento stesso.
Il ruolo delle famiglie in unschooling
Credo che questa riflessione riguardi anche il ruolo delle famiglie. Nell’istruzione parentale la famiglia non si limita a verificare i compiti o a seguire il rendimento scolastico. Costruisce opportunità educative. Organizza attività, accompagna interessi, cerca risorse, crea occasioni di incontro e di scoperta.
Per questo motivo ho spesso pensato che una delle domande più significative da rivolgere a una famiglia in istruzione parentale in sede di accertamento del dovere di istruzione sia molto semplice: quali esperienze state mettendo a disposizione dei vostri figli? Quali occasioni di crescita culturale, sociale e relazionale state costruendo insieme a loro?
La risposta racconta molto del percorso educativo che quella famiglia sta vivendo, ed è un importante indicatore del livello di supporto (o mancanza di supporto) che i ragazzi ricevono, per evitare che dietro il paravento dell’istruzione parentale si nascondano esperienze di abuso o negligenza.
Quando il mancato riconoscimento produce sfiducia
Queste tensioni non restano senza conseguenze. Quando il lavoro svolto, gli interessi coltivati e le competenze sviluppate vengono sistematicamente reinterpretati attraverso categorie che non riescono a coglierne il significato, alcuni ragazzi finiscono per percepire il mancato riconoscimento come una forma di umiliazione.
Non perché si aspettino approvazione incondizionata, ma perché vedono ridursi a una mancanza o a una lacuna ciò che per loro rappresenta un impegno autentico e spesso molto significativo.
Molti genitori dedicano ore alla redazione del Progetto Educativo Didattico, cercando di descrivere con precisione il percorso seguito dai propri figli, gli obiettivi, le attività e le modalità di apprendimento. Quando però si diffonde la percezione che tale documentazione verrà letta solo marginalmente o che la valutazione avverrà comunque secondo schemi prestabiliti, diventa difficile mantenere la stessa motivazione nel costruire un dialogo approfondito con le istituzioni.
Il Progetto Educativo Didattico rischia di essere vissuto come un inutile adempimento formale anziché come uno strumento di collaborazione educativa.
Negli ultimi anni non è mancato, inoltre, un crescente senso di incertezza rispetto ai margini di discrezionalità con cui possono essere giudicati percorsi di istruzione parentale pienamente legittimi.
Vicende come quella di Palmoli hanno mostrato che le questioni relative alla valutazione possono assumere una rilevanza che va ben oltre il piano pedagogico, arrivando a toccare aspetti amministrativi e giudiziari.
In questo contesto, il problema del riconoscimento non riguarda soltanto il buon esito di un esame, ma la serenità con cui le famiglie possono esercitare un diritto riconosciuto dall’ordinamento. Molti genitori si trovano così a confrontarsi non solo con interrogativi educativi, ma anche con il timore che differenze interpretative o incomprensioni istituzionali possano produrre conseguenze molto concrete sulla vita dei propri figli.
Che cosa insegnano le istituzioni
Queste riflessioni ci portano anche a una questione più ampia. Oggi si parla molto di educazione civica: le scuole dedicano tempo e attenzione a temi come i diritti, la partecipazione, la cittadinanza attiva, il rispetto delle differenze e il funzionamento delle istituzioni. Sono temi importanti, che condivido pienamente.
Ma le istituzioni educano non soltanto attraverso ciò che insegnano esplicitamente. Educano anche attraverso il modo in cui interagiscono con le persone.
Ogni incontro con un’istituzione trasmette un messaggio, a noi genitori, ma soprattutto ai ragazzi. Lo trasmette quando una domanda viene ascoltata con attenzione oppure liquidata rapidamente. E lo trasmette anche quando un percorso diverso viene accolto con curiosità oppure considerato un fastidio amministrativo. Lo trasmette quando un diritto formalmente riconosciuto trova spazio nella pratica quotidiana oppure incontra ostacoli e incomprensioni.
Il curriculum implicito di educazione civica
I ragazzi osservano tutto questo con grande attenzione.
Osservano come vengono trattate le differenze. Si accorgono se il dialogo è possibile. Osservano quanto sia facile o difficile far sentire la propria voce. E osservano il rapporto tra ciò che le istituzioni dichiarano e ciò che concretamente fanno.
Anche questa è educazione civica.
Quando un giovane percepisce che il proprio percorso viene ascoltato e preso sul serio, impara qualcosa sul significato della partecipazione democratica. Oppure quando sperimenta che un diritto può essere esercitato senza dover continuamente giustificare la propria esistenza, impara qualcosa sulla cittadinanza. Quando incontra interlocutori disponibili al confronto, impara qualcosa sul funzionamento delle istituzioni.
Allo stesso modo, quando la diversità educativa viene guardata con sospetto o ridotta a un problema da gestire, anche questo lascia un’impronta. Non soltanto sull’esperienza scolastica, ma sul modo in cui quei ragazzi guarderanno alle istituzioni in futuro.
Forse è anche per questo che la riflessione sulla valutazione riguarda molto più che gli esami annuali. Riguarda l’idea di pluralismo educativo che siamo disposti a riconoscere. Riguarda la capacità di accogliere percorsi diversi senza pretendere che diventino identici. E riguarda anche il rapporto tra diritti formalmente garantiti e loro concreta praticabilità.
Come famiglie in istruzione parentale siamo spesso abituate a spiegare le nostre scelte. Forse è arrivato il momento di aprire anche una riflessione complementare: che cosa imparano i nostri figli dall’incontro con le istituzioni? E quale idea di cittadinanza stiamo trasmettendo loro attraverso quelle interazioni?
Se l’educazione civica ha davvero a che fare con la vita democratica, allora queste domande meritano di entrare a pieno titolo nel dibattito.
Elena Piffero, socia LAIF e autrice del libro “Io imparo da solo”, per Terra Nuova Edizioni
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