Pubblichiamo alcuni stralci di questo interessante articolo della flcgil  (federazione lavoratori della conoscenza) sull’introduzione delle prove INVALSI alla scuola dell’infanzia.

“L’apprendimento e l’istruzione non iniziano con la scuola dell’obbligo: iniziano dalla nascita. [..] Alta qualità di istruzione e cura nella prima infanzia rappresentano le fondamenta per un apprendimento permanente di successo, integrazione sociale, sviluppo personale e, poi, per l’occupabilità di ogni bambino”. Così parla il rapporto sulla qualità dei servizi dedicati all’istruzione e cura della prima infanzia (ECEC – Early Childhood Education and Care) della Commissione europea.  Che l’infanzia fosse un eccezionale laboratorio per la formazione dell’individuo più adatto alla società della conoscenza, lo aveva capito l’Organizzazione per lo sviluppo e la Cooperazione Economica (OCSE) fin dal 1998, anno della costituzione della Thematic Review of Early Childhood Education and Care Policy:  l’ECEC, appunto, acronimo globale con cui oggi i tecnici dell’educazione si riferiscono a quelli che i nostri genitori chiamavano asili o scuole materne. UNESCO, Banca Mondiale, Unione Europea, OCSE hanno fatto dell’infanzia un oggetto di studi da anni.

“Per ogni dollaro investito in infanzia, il ritorno in investimento è 7 volte maggiore”. Così si esprime il premio Nobel per l’Economia James Heckman in uno studio dal titolo: “Scuole, Competenze e Sinapsi”, svolto per il Natitonal Bureau of Economic Research degli Stati Uniti nel 2008. Il professor Heckman, noto per la sua collaborazione con i Reggio children della “nuova locomotiva” d’Italia – l’Emilia Romagna- è uno strenuo sostenitore dell’importanza degli investimenti precoci sullo sviluppo dei bambini. Sviluppo non solo di abilità cognitive, ma soprattutto di competenze socio-emozionali, “determinanti per il successo socioeconomico” e l’impatto a lungo termine su fattori sociali come riduzione del crimine, delle gravidanze indesiderate tra adolescenti oltre che per l’aumento della produttività della forza lavoro. “Starting strong”, suggerisce l’OCSE: partiamo alla grande.

Il progetto di “civilizzazione” deve cominciare da subito. D’altronde, il ritorno dell’investimento anche di un solo euro dalla tenera infanzia all’età adulta cala inesorabilmente, tanto più rapidamente quanto più il contesto socio-economico di provenienza del bambino è svantaggiato. Detto questo, non basta garantire  accesso universale ai servizi educativi, per godere di quei benefici che gli economisti stimano. Benessere, apprendimento “predisposto” al life-long learning, maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, tassi di fertilità più elevati ed altro ancora: tutto questo ad una precisa condizione. Che si tratti di istruzione e cura di qualità. E nell’era della Valutazione e della Buona Scuola, la parola qualità, in Italia chiama in causa automaticamente l’INVALSI.

[…] A partire da quest’anno anche le scuole dell’infanzia hanno potuto partecipare alla grande rivoluzione della qualità, che comincia con una dettagliata procedura di autovalutazione. Garantita INVALSI, ovviamente. Dal maggio scorso è ufficialmente partita la “sperimentazione” del rapporto di autovalutazione (RAV) per le scuole materne.

[…] Un congegno di civilizzazione che usa la retorica ipocrita della prevenzione dei disagi, del benessere dei piccoli, degli aiuti precoci e degli interventi tempestivi per sorvegliare e monitorare il profilo di sviluppo del “bambino in vitro”. Pronto a segnalare e correggere ogni difformità o rallentamento, ogni eccedenza o stranezza. Solo il bambino che desidera imparare ad imparare fin da piccolo sarà capace farlo con successo per tutta la vita. Per questo “misurare gli esiti è necessario”, dicono. “Gli esiti sono per e non del bambino”, ripetono.  Si dichiara di voler solo offrire un “aiuto per insegnanti (e potenzialmente genitori) nell’osservazione e sviluppo” dei più piccoli. Ma oramai sappiamo che le cosmologie di indicatori e descrittori che la psicometria dell’educazione elabora e sottopone/impone alle scuole, sono sempre presentate come validi e neutri strumenti di partecipazione e conoscenza dei processi per gli “stakeholders” (famiglie e studenti) oltre che come un atto -dovuto- di responsabilizzazione da parte di chi “eroga il servizio” (insegnanti).  Niente di cui meravigliarsi, quindi. Solo quel sottile senso di disturbo perché “valutazione” e “servizio” sono arrivati fino all’infanzia.  Oggi, quando si guarda un bambino, bisogna subito capire cosa la società potrà farsene di lui.

Rossella Latempa

http://m.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/invalsi-anche-all-asilo-il-progetto-semi-segreto-invalsi-vips-per-testare-qualita-e-prontezza-scolastica-a-3-5-anni-di-eta.flc

Articolo segnalato da Alessandra Smania

INVALSI anche all’asilo.

2 pensieri su “INVALSI anche all’asilo.

  • 23 luglio 2018, 12:40 alle
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    Non vedo commenti,a questi progetti, firmati INVALSI,mi sembrano sistemi di controllo di coercizione non dichiarata, spero tanto,per il benessere dei bambini,per la libertà degli uomini che le scuole parentali crescano di numero e si smarchino da questo sistema di controllo. Ciao

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    • Sergio Leali
      24 luglio 2018, 11:25 alle
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      Ciao Daniela e grazie per il tuo contributo.
      Sono d’accordo.
      Lo scenario che noi immaginiamo è una ricca articolazione di sistemi di apprendimento, a partire dall’istruzione famigliare (unschooling e homeschooling), arrivando anche alle scuole parentali.
      Cordiali saluti.
      Sergio.

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