Di cosa hanno bisogno i bambini per imparare, se l’insegnamento non richiesto ostacola l’apprendimento e la correzione degli errori è dannosa?

John Holt, teorico dell’apprendimento spontaneo (unschooling), parla di esempio e scrive che “ciò di cui i bambini piccoli hanno bisogno è l’opportunità di vedere ragazzi più grandi e adulti scegliere e intraprendere attività diverse e lavorarci per un periodo di tempo finché non sono finite”¹.

Quindi, in altre parole, noi “grandi” abbiamo il dovere di dare al bambino l’occasione di assistere ai processi di produzione o di elaborazione nella loro interezza: i bambini devono aver accesso a tutte le fasi del lavoro, dalla progettazione a ogni singola scelta fino al compimento dell’opera, ma non perché questa deve essere una lezione, o un laboratorio, bensì perché il bambino mostra interesse e naturalmente decide di avvicinarsi a questo processo.

L’esempio è misterioso, affascina, attrae, è intrigante.
Il bambino osserva, studia il luogo, gli oggetti, i movimenti, i tempi. Fa ipotesi, prova, ruba il mestiere.

“I bambini hanno bisogno di cose fatte bene”, come cucinare, ma soprattutto impastare e “cuocere al forno, in cui i materiali cambiano forma e sostanza”. Anche in questo caso, la formula magica è combinare esempio e accesso: facciamoci vedere a fare, senza aspettative, né atteggiamento didattico, poi, quando il bambino mostrerà interesse, saremo pronti a consentirgli l’accesso, a permettergli di fare insieme.

John Holt ha suggerimenti anche per chi crede di saper fare solo cose che non sono molto interessanti o sono troppo difficili o pericolose per un bambino. Qualcuno teme di non aver nulla da mostrare? È opportuno che impari una tecnica o acquisisca una competenza, almeno secondo Holt.

Quando uno pratica l’apprendimento autoguidato, si sente spesso chiedere come faccia a conciliare i mille impegni della vita adulta, da quelli professionali a quelli legati alla gestione della casa e della famiglia, con l’esigenza di accudire ed educare la prole. In effetti, molti immaginano una cosa come una sorta di scuola entro le mura domestiche. In realtà, l’esigenza di fare dell’esempio uno strumento privilegiato di apprendimento informale consente di snellire alcune difficoltà. Ho visto bambini osservare molto attentamente la mamma mentre questa eseguiva operazioni di calcolo. Loro intanto cercavano di indovinarne il procedimento. Anche la lingua si impara per imitazione, sia la lingua materna che le altre: prima il bambino osserva, interiorizza i meccanismi, poi prova. Se sente il genitore parlare una lingua straniera, è possibile che cerchi di fare altrettanto.

I bambini devono essere coinvolti nelle attività, sia quotidiane sia professionali, devono avere accesso ai luoghi di lavoro ed essere resi partecipi dei processi produttivi, operativi, e anche della progettazione, che è una fase molto importante.

Non si tratta di assegnar loro dei compiti da svolgere da soli, magari controllando che il bambino o il ragazzo abbiano eseguito tutto bene; John Holt esclude che si tratti di “un qualche adulto che sta alle calcagna del bambino, dicendogli cosa fare e rassicurandosi che lo faccia”. Non si deve assecondare la volontà dell’adulto, o la sua necessità, o progettualità, bensì “l’esigenza della mansione”: la quantità di tempo, l’impegno e l’energia impiegati devono essere quelli richiesti dal tipo di compito. È il solo modo per imparare “quanto tempo e quanta fatica ci vogliono per fare, diciamo, un tavolo”, oppure per riparare un oggetto quotidiano o per fare un disegno, coltivare un fiore, produrre un frutto, riparare una serratura.

La scelta (dei materiali, dei temi, dei tempi, ecc.), in tutte le sue fasi, che vanno dall’analisi al confronto, alla valutazione, alla sintesi, includendo la capacità decisionale, è un momento fondamentale dell’attività di apprendimento e contemporaneamente un baluardo dell’educazione alla libertà e alla responsabilità. Facciamoci vedere anche mentre facciamo questa operazione.

John Holt sottolinea che “i bambini hanno bisogno di ricavare un senso dai processi”: senza tema di errore, si può dedurre che il bambino chieda di partecipare al processo nella sua interezza, complessità e concretezza: non gli basterà piantare un chiodo nel tavolo che noi stiamo costruendo, vorrà partecipare alla decisione sulle dimensioni, i materiali, e seguire tutte le fasi dei progettazione e realizzazione. Di più, non avrà voglia di farlo per gioco, vorrà vivere un’esperienza “da grandi”.


Articolo di Nunzia Vezzola, già pubblicato a questo link sul blog del bambino naturale, nella rubrica “Io faccio homeschooling”.

¹ Le citazioni sono tratte da: John Holt, Learning all the time, Da Capo Edizioni, 1989, pp. 129-132.

Il potere dell’esempio, John Holt

2 pensieri su “Il potere dell’esempio, John Holt

  • 13 Marzo 2019, 09:39 alle
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    Bell’articolo Nunzia!
    Sono perfettamente d’accordo quando scrivi che i bambini hanno bisogno di vedere i ragazzi più grandi o gli adulti fare qualcosa, partecipare all’attività e all’intero processo di realizzazione facendo le cose “fatte bene”.
    La bellezza nasce dalla cura e dal lavoro attento e scrupoloso e non dalla fretta… il tempo è un valore da recuperare.
    Mi piacerebbe approfondire la parte in cui scrivi quanto segue: “Qualcuno teme di non aver nulla da mostrare? È opportuno che impari una tecnica o acquisisca una competenza, almeno secondo Holt.”
    Cosa intende Holt quando scrive questo?
    Cosa intendevi sottolineare tu?
    Sicuramente avremo modo di approfondire.
    Grazie!
    Barbara

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  • Nunzia Vezzola
    15 Marzo 2019, 15:15 alle
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    Grazie Barbara, per questo tuo interesse e per l’occasione che mi dai di ritornare su questa tematica così importante.
    John Holt affronta la questione molto accuratamente, nelle sue diverse articolazioni e sfaccettature.
    Infatti, alcune volte gli adulti ritengono di non possedere competenze da mostrare (io dico, ad esempio, nelle lingue straniere: cosa fa il genitore che non ne conosce? O chi non sa riparare una bicicletta. Deve trovare un tutor per suo figlio?).
    In questi casi, John Holt dice esplicitamente che i genitori “che non possiedono competenze … dovrebbero impararne e farsi vedere dai bambini mentre imparano, anche se si tratta di cose semplici come la dattilografia. Dovrebbero invitare i bambini ad usare queste competenze insieme a loro.
    In questo modo i bambini possono essere lentamente trainati a livelli sempre più alti di energia, impegno e competenza, in attività adulte sempre più serie ed utili.” (Le parti tra virgolette sono citazioni)
    Quello che io volevo sottolineare è appunto l’opportunità che l’adulto si ponga, non come insegnante o tuttologo, ma più umilmente come colui che ha ancora tanto da apprendere: i bambini imparano ad imparare anche vedendo noi che impariamo, e che sbagliamo, e che ritentiamo senza perderci d’animo; così trasmettiamo anche il messaggio che l’apprendimento non è “una cosa da bambini”, ma che fa parte della vita, in ogni momento.
    L’analisi di John Holt continua e si articola ulteriormente. Io volevo dare solo spunti di riflessione.
    Un saluto.
    Nunzia.

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