E’ chiaro che l’istruzione non è monopolio di Stato, ma è pluralità sotto diversi aspetti: nella modalità in cui può inverarsi, negli enti che la favoriscono, nei suoi contenuti, negli approcci e nelle aperture che necessariamente offre.

La Costituzione esplicita chiaramente questi concetti in diversi passaggi:

    Art. 33
L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione …
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.(….)

Art. 118
(…) Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.

All’interno di questo quadro di possibilità e di opportunità è compresa anche l’istruzione parentale.

L’istruzione parentale muove dal principio della pluralità

L’istruzione parentale, nella sua anima più profonda e autentica, prende le mosse dal diritto naturale, prima ancora che dal diritto-dovere costituzionale dei genitori di “mantenere, educare ed istruire i figli” (art. 30 della Costituzione).
La famiglia è riconosciuta dalle leggi fondamentali, sia nazionali che sovranazionali, come l’istituto cui spetta per natura il compito di operare tutte le scelte legate all’educazione e all’istruzione della prole. La scuola è una delle tante possibilità.

Molti genitori decidono di essere parte attiva al processo di crescita dei propri ragazzi e di vivere la genitorialità in modo più partecipato. E scelgono la cosiddetta homeschooling (istruzione parentale).

A sua volta, quello che va genericamente sotto un unico nome, comprende una grande pluralità di percorsi, di stili e di approcci.
Intanto perché il nostro sistema normativo include sotto questo tetto anche le scuole private e parentali, anche se esse per molti aspetti hanno ancora molte cose in comune con la scuola statale.
Poi, perché esistono infinite altre modalità di istruzione, ritagliate specificamente sulle caratteristiche della famiglia e del fanciullo, per quanto riguarda i tempi, i luoghi, i materiali, i gruppi frequentati, i contenuti, la presenza più o meno marcata di una o più figure di educatore o docente, e così via.

Alcuni scelgono l’unschooling (apprendimento naturale)

Nella sua anima più autentica, l’apprendimento naturale (o informale) si fonda sul dato scientifico che il bambino non può non imparare se vive in un contesto favorevole all’apprendimento: si impara secondo delle leggi biologiche ben precise.

Queste ultime escludono, ad esempio, la frequentazione di un gruppo che sia sempre lo stesso, magari costituito esclusivamente da coetanei. La conseguenza è la frequentazione di una pluralità di persone, gruppi, contesti culturali, linguistici, ecc.

Non si può imparare su richiesta, né per costrizione, o sotto ricatto. E nemmeno ad orari stabiliti, in un luogo avulso da contesti portatori di un significato intrinseco.
L’apprendimento richiede la partecipazione attiva del fanciullo alla realtà che lo circonda ed implica da parte sua interesse, curiosità, entusiasmo. Altrimenti non può inverarsi.
Ecco presentarsi l’opportunità di una pluralità di occasioni, luoghi, ambienti umani, sociali e fisici, che costituiscono l’humus del percorso di apprendimento.

I ragazzini non imparano perché gli viene insegnato; imparano perché è un loro bisogno preciso e perché dalla natura hanno ricevuto i mezzi per farlo. E lo fanno al meglio quando sono accompagnati dai genitori in qualità di osservatori e ascoltatori rispettosi.
Ecco che il docente esce gradualmente di scena, insieme ai testi scolastici, per lasciar posto ad una più vasta gamma di persone, di esperti della materie, di strumenti e materiali, scelti e orchestrati dalla famiglia.

Questo contesto esclude la delega, ma prevede l’intervento di (l’incontro con) persone e gruppi del luogo di vita e/o “esperti”, ad esempio di musicisti, parlanti madrelingua, artisti, artigiani, sportivi, ecc.

L’unschooling si basa su questi princìpi: vede la famiglia coinvolta in prima persona nell’offrire un ambiente di vita favorevole all’apprendimento, dentro e fuori l’abitazione, sia sul piano socio-relazione che su quello cognitivo ed emotivo. L’atteggiamento di fondo è discreto, empatico, è fatto di ascolto partecipato, di risposte circoscritte all’ambito della domanda, non di lezioni.
Non è il bambino/ragazzo che segue le scelte o la programmazione dell’adulto, ma, viceversa, è il genitore che si muove con rispetto nella sfera di azione del figlio.

L’istruzione parentale si muove fra due poli, nella pluralità

Da un lato, promuove “… il pieno sviluppo della persona umana” (Costituzione della Repubblica italiana, art. 3). L’istruzione parentale mira a consentire a ciascun fanciullo di vivere un’infanzia/adolescenza felice e al tempo stesso di sviluppare al meglio i propri talenti, in modo da avere il massimo delle opportunità nella vita. Essa pone al centro del processo quindi il ragazzino con le sue caratteristiche personali e familiari, i suoi punti di forza e di debolezza, le sue aspirazioni (Indicazioni nazionali).

Per far questo, essa traguarda anche, all’altro polo, il bagaglio di conoscenze, abilità, valori, atteggiamenti condivisi, le “linee generali” (Costituzione della Repubblica italiana, art. 33) che in questo momento sono espresse nelle Indicazioni nazionali per il curriculum.

Tenendo questi due punti di riferimento, ogni famiglia in istruzione parentale dà vita ad un percorso di istruzione e di apprendimento che è di volta in volta diverso perché ritagliato sulla personalità del fanciullo che ne è protagonista.

A scuola di pluralità

Nell’ambito dell’inclusione e dell’accoglienza, la scuola quindi dovrà cominciare a interpretare l’istruzione parentale ed i suoi attori come una risorsa per una maggiore pluralità.

Nunzia Vezzola

Se ti interessa questo tema, puoi leggere anche Homeschooling: pluralità e inclusione

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L’istruzione è pluralità

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