Il valore del gioco II: promuovere l’immaginazione

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immaginazione

In questo articolo, Peter Gray spiega come il gioco favorisca l’immaginazione e, di conseguenza, anche il ragionamento.
Pubblicato da Peter Gray il 16 dicembre 2008 nella rubrica “Freedom To Learn” di Psychology Today.

Sommario

    Il gioco migliora la risoluzione dei problemi aumentando la nostra immaginazione.

    Vent’anni fa, una coppia di ricercatori in Inghilterra riferì di una serie di esperimenti in cui dimostravano che bambini molto piccoli potevano, nel contesto del gioco, risolvere problemi logici che sembravano incapaci di risolvere in un contesto serio.

    I problemi che usavano erano i sillogismi, il classico tipo di problema logico descritto originariamente da Aristotele. Un sillogismo richiede che una persona combini le informazioni in due premesse per decidere se una particolare conclusione è vera, falsa o indeterminata (non può essere determinata dalle premesse). I sillogismi sono generalmente facili quando le premesse coincidono con la realtà concreta, ma sono più difficili quando le premesse sono controfattuali (contrarie alla realtà). La convinzione prevalente all’epoca in cui i ricercatori britannici condussero questi esperimenti era che la capacità di risolvere sillogismi controfattuali dipendesse da un tipo di ragionamento che manca completamente nei bambini piccoli.

    Ecco un esempio del tipo di sillogismo controfattuale utilizzato dai ricercatori:

    Tutti i gatti abbaiano (premessa maggiore).
    Muffins è un gatto (premessa minore).
    I muffins abbaiano?

    Precedenti ricerche – inclusa la ricerca del famoso psicologo dello sviluppo svizzero Jean Piaget – avevano dimostrato che i bambini sotto i 10 o 11 anni circa non riescono regolarmente a risolvere correttamente tali sillogismi (cioè, non riescono a dare risposte che i logici considerano le risposte corrette). Quando i ricercatori britannici hanno posto sillogismi come questo ai bambini piccoli con un tono di voce serio, i bambini hanno risposto come Piaget e altri si sarebbero aspettati. Dicevano cose del tipo: “No, i gatti miagolano, non abbaiano”. Si sono comportati come se non fossero in grado di pensare a una premessa che non si adattasse alle loro esperienze del mondo reale. Ma, quando i ricercatori hanno presentato gli stessi problemi con un tono di voce scherzoso, usando parole che rendevano chiaro che si trattasse di una finzione, bambini di appena 4 anni hanno risolto i problemi facilmente, e anche molti bambini di 2 anni li hanno risolti! [1] Dissero: “Sì, i muffin abbaiano”.

    Pensaci: i bambini di quattro anni nel gioco hanno risolto facilmente problemi di logica che non avrebbero dovuto essere in grado di risolvere fino all’età di circa 10 o 11 anni!

    Come lo stato giocoso ha portato i bambini piccoli alle risposte “corrette” ai sillogismi

    Piaget e altri filosofi e psicologi del suo tempo tracciarono generalmente una netta distinzione tra due tipi di ragionamento: ragionamento concreto e ragionamento astratto (che Piaget chiamò ragionamento ipotetico-deduttivo). Sostenevano che il primo tipo di ragionamento dipendesse dall’esperienza diretta, concreta, precedente rispetto alle condizioni che si stanno ipotizzando ed il secondo tipo dipendesse dalla logica formale, che ha un suo fondamento matematico e può essere applicata ai problemi indipendentemente dall’esperienza della persona, o  dalla sua mancanza di esperienza, con la sostanza concreta dei problemi. Alcuni filosofi e psicologi sostenevano, inoltre, che il ragionamento concreto si sviluppasse naturalmente in quasi tutte le persone, mentre il ragionamento astratto richiedesse una formazione speciale tipo quella che si trova nelle scuole occidentali. Altri, tra cui Piaget, sostennero che il ragionamento astratto si sviluppasse naturalmente, ma in genere non emergesse nei bambini fino a quando non hanno circa 11 anni. Secondo Piaget, i bambini piccoli non erano in grado di risolvere sillogismi controfattuali, perché mancavano della capacità di ragionamento astratto.

    Ma Piaget si sbagliava.

    Oggi molti, se non la maggior parte degli psicologi dello sviluppo e cognitivi, me compreso, rifiutano la distinzione tra ragionamento concreto e astratto. Sosteniamo che il cosiddetto ragionamento astratto avviene attraverso trasformazioni mentali, che trasformano quello che a prima vista sembra essere un problema astratto in un problema concreto, cioè in un problema molto simile a un problema, che la persona ha precedentemente incontrato e risolto nel mondo reale. Quelle trasformazioni mentali coinvolgono l’ immaginazione e anche i bambini piccoli ne sono capaci. Da questo punto di vista, ogni ragionamento umano è concreto; solo che alcuni problemi richiedono un uso maggiore dell’immaginazione rispetto ad altri per essere concretizzati.[2]

    Il gioco umano, per definizione, coinvolge l’immaginazione (vedi i miei post precedenti). Il gioco ci porta naturalmente a pensare alle cose come potrebbero essere, piuttosto che come sono attualmente . Nello stato d’animo giocoso è facile per chiunque immaginare e pensare ad un mondo in cui le persone possano volare, in cui le macchine del tempo possano trasportarci nel passato o in cui tutti i gatti abbaiano. I bambini piccoli sono maestri del gioco, quindi non sorprende che possano risolvere sillogismi controfattuali nel contesto del gioco.

    Perché i bambini di 11 anni possono risolvere sillogismi controfattuali in un contesto serio mentre i bambini di 4 anni richiedono un contesto giocoso?

    Penso che la risposta abbia poco a che fare con le differenze di età nella capacità di ragionamento e molto abbia invece a che fare con le differenze nella comprensione dello scopo dei ricercatori nel porre le domande. I bambini di quattro anni interpretano male lo scopo dei ricercatori. Credono che quando gli adulti fanno loro domande con un tono di voce serio, vogliano risposte serie, risposte che abbiano a che fare con la verità sul mondo reale. Quindi, rispondono di conseguenza: “I gatti non abbaiano”. D’altra parte, gli undicenni, soprattutto gli undicenni che sono stati a scuola, riconoscono che la domanda non riguarda la realtà, ma è un test di logica, quindi accettano la premessa controfattuale e danno la risposta che il ricercatore vuole. Si rendono conto che questo è un gioco a cui sta giocando il ricercatore, che ha a che fare con un mondo finto e non con il mondo reale. I bambini di quattro anni riconoscono la qualità del gioco solo quando il ricercatore chiarisce, attraverso il tono di voce e le parole, che si tratta di un gioco.

    La mia interpretazione: l’immaginazione.

    I ricercatori hanno scoperto che gli adulti di altre culture “falliscono” nei sillogismi controfattuali, proprio come fanno i bambini nella nostra cultura. In passato, questo è stato interpretato come una prova che la scolarizzazione sia necessaria per lo sviluppo del pensiero astratto. Ma la mia ipotesi è che quegli adulti “falliscano” su tali problemi per lo stesso motivo per cui lo fanno i bambini nella nostra cultura; interpretano male l’intento delle domande. Scommetto che se i ricercatori sottoponessero gli stessi problemi ad adulti non scolarizzati, in modo giocoso, anche loro li risolverebbero facilmente.

    Il mio obiettivo prioritario qui è sottolineare come il gioco induca automaticamente un ragionamento ipotetico. Ci porta a pensare a mondi immaginari, dove tutto è possibile, ed a ragionare su quelle possibilità, piuttosto che limitare i nostri pensieri solo a cose che sono vere nell’immediato qui e ora. In questo modo il gioco promuove il tipo di pensiero che è cruciale non solo per tutta la scienza teorica, ma per tutta la pianificazione del futuro, in cui dobbiamo immaginare possibili eventi e pensare a come potremmo affrontarli.

    Per favore, non trarre conclusioni sbagliate da questa piccola discussione.

    Non sto sostenendo che sia una buona idea, dal punto di vista educativo, indurre deliberatamente stati di gioco nei bambini per migliorare il loro ragionamento, come hanno fatto i ricercatori nel loro esperimento. I bambini giocano naturalmente, ed è attraverso il gioco naturale che i bambini praticano il ragionamento. I bambini che vengono manipolati per giocare, da insegnanti che pensano che questo migliorerà il loro ragionamento, impareranno presto a resistere alle manipolazioni. Il gioco, a lungo andare, è gioco solo se è auto-scelto e auto-diretto. I bambini praticano il ragionamento a modo loro, attraverso il proprio gioco scelto; non possiamo farlo per loro e non dovremmo provarci. Tutto ciò che dobbiamo fare, come ho sostenuto nelle puntate precedenti (vedi i post precedenti), è quello di fornire luoghi in cui i bambini possano giocare ed esplorare in modo sicuro e naturale, con altri in gruppi di età diversa. Al resto penseranno loro.

    In che modo la giocosità ha permesso agli studenti universitari di risolvere un classico problema di intuizione 

    Ecco un altro esempio di un esperimento che mostra il potere di uno stato d’animo giocoso per migliorare la risoluzione dei problemi. In questo caso i soggetti erano studenti universitari e il problema era un classico problema di intuizione, chiamato problema della candela. In questo compito, ai soggetti viene data una piccola candela, una scatola di fiammiferi e una scatola di puntine e viene chiesto di attaccare la candela a una bacheca in modo tale che la candela possa essere accesa e bruci correttamente. Non possono usare oggetti diversi da quelli che gli sono stati dati. Il trucco per risolvere il problema è rendersi conto che le puntine possono essere scaricate dalla scatola che le contiene e la scatola può quindi essere attaccata alla bacheca e utilizzata come mensola su cui montare la candela. Nella tipica situazione di test, pochissime persone risolvono questo problema. Non riescono a vedere che la scatola delle puntine può essere utilizzata per qualcosa di diverso da un contenitore per le puntine.

    L’approccio giocoso: l’immaginazione

    Nell’esperimento, alcuni soggetti sono stati esposti a un film comico di scazzottate per un breve periodo poco prima che gli fosse presentato il problema della candela, mentre altri hanno visto un film serio e altri ancora non hanno visto film. Il risultato è stato che guardare un film comico ha aumentato notevolmente la percentuale di soggetti che hanno risolto il problema.[3] L’interpretazione dei ricercatori era che uno stato d’animo felice allarga il pensiero e porta all’intuizione. La mia interpretazione è simile, ma enfatizza il ruolo del gioco. Penso che la commedia metta i soggetti in uno stato mentale giocoso e quella giocosità, non solo felicità fine a se stessa, porti ad un ampliamento del modo di pensare. Nel gioco, vediamo regolarmente oggetti e informazioni in modi nuovi. In uno stato mentale serio, felici o no, non riusciamo a immaginare che una scatola di puntine possa essere uno scaffale; ma in uno stato giocoso tale immaginazione viene facilmente. Nel gioco immaginiamo regolarmente che gli oggetti siano diversi da ciò per cui sono stati originariamente progettati. Nel gioco una scopa può essere un cavallo, un ditale può essere un alfiere e una scatola di puntine può facilmente essere uno scaffale

    Conclusioni

    Penso che uno degli scopi principali del gioco nella nostra specie sia quello di promuovere il nostro uso dell’immaginazione per risolvere i problemi. Sembriamo essere l’unico animale che pensa in modo fantasioso. L’immaginazione fornisce le basi per la nostra inventiva, la nostra creatività e la nostra capacità di pianificare il futuro. Credo che la nostra enorme capacità e voglia di giocare sia nata, nell’evoluzione, in parte per promuovere le nostre capacità di inventare, creare e progettare. Quando diamo ai bambini ampie opportunità di gioco reale, stiamo offrendo loro l’opportunità di esercitare e sviluppare quelle capacità. Quando permettiamo a noi stessi di assumere un atteggiamento giocoso nel nostro lavoro e nella nostra vita domestica, ci stiamo fornendo un contesto per risolvere problemi che altrimenti potrebbero essere ingestibili.

    Peter Gray 

    Riferimenti:

    [1]. Dias, M. G., & Harris, P. L. (1988). The effect of make-believe play on deductive reasoning. British Journal of Developmental Psychology, 6, 207-221.
    [2]. I elaborate on the idea that “abstract” thought is really just concrete thought coupled with imagination in my textbook, Psychology, 5th edition (2007), pp 348-351.
    [3]. Isen, A. M., Daubman, K. A., & Nosicki, G. P. (1987). Positive affect facilitates creative problem solving. Journal of Personality and Social Psychology, 52, 1122-1131.

    Tradotto per LAIF da Alessia Valmorbida.

    Articolo originale

    L’apprendimento attraverso il gioco

    Prima serata Registrazione

    Seconda serata Registrazione

    Terza serata Registrazione

    Credits: Foto di Dimitris Vetsikas da Pixabay

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