Non approfondisco in questa sede le conseguenze socio-psicologiche e socio-politiche derivanti dal fatto che i “bambini” imparano precocemente a vedere il presente solo come preparazione ad un possibile successo futuro nella forma di lavoro e consumo, ecc.

Due quesiti critici che ho posto altrove (1) devono però farci drizzare le orecchie:

  • Che dire del fatto che si esagera il rapporto fra l’attività remunerativo – professionale (“lavoro”) e l’esigenza di coprire il fabbisogno per la vita? Studi moderni sull’”economia del tempo” già da tanto mostrano che è più che sufficiente il 14% del tempo medio per la copertura del fabbisogno vitale. Io ottengo però un valore ancora più basso – notare: senza sfiorare la questione dell’importo delle entrate!
    Se infatti ipotizzo un’aspettativa di vita di 75 anni in rapporto ad una possibile vita lavorativa media (40 anni di vita lavorativa a 38 ore di lavoro settimanale, meno le ferie e le vacanze, senza considerare fattori secondari come scuola, università, tempi di percorrenza), ottengo poco meno del 10%, senza contare i tempi di vacanza personali (ad esempio, malattia o periodi di disoccupazione) oppure possibili astensioni o cure ecc.
    In un bilancio del tempo complessivo a livello sociale, questa percentuale risulterebbe ulteriormente diminuita di un po’ e inoltre verrebbero coinvolti fattori come la disoccupazione di massa e i tentativi artificiosi di creazione del lavoro.
    Il tempo dedicato al lavoro in generale si potrebbe ridurre ancora di un fattore importante (il 5% della durata della vita?), se, primo, non fosse sopravvalutato il valore del lavoro (molto carico soprattutto a livello emozionale) in rapporto al tempo reale dedicato al lavoro; secondo, se si mettesse in primo piano la “reale efficacia” dell’attività lavorativa; terzo, se si analizzasse in modo critico la questione etica dell’utilizzo del reddito per il consumo.
    Poiché il lavoro è ben lungi dal rappresentare il primo fattore di tempo nella vita della persona o della società, non è un pochino perverso il fatto di programmare i giovani in sua funzione (del lavoro)?
  • Cosa dire del fatto che il “lavoro” ci sta sfuggendo comunque? E non abbiamo né la possibilità di un suo allargamento né di un suo aumento, né abbiamo lo spazio per i rifiuti che ne derivano dopo il consumo! …

 

Bertrand Stern, “Basta scuola! – il diritto umano di formarsi liberamente”,
(titolo originale: “Schluß mit Schule! – das Menschenrecht, sich frei zu bilden“), Tologo Verlag, 2016, pag. 40 e segg.
Traduzione dal tedesco di Nunzia Vezzola

(1)
Il mio contributo [dell’autore, Bertrand Stern] “… la loro vita era fatica e lavoro”, pubblicato in R. Kasch, H. Wilde, B. Stern Hg: “Economia, lavoro, ambiente”, Tagungsdokumentation della Fachhochschule di Stralsund, dipartimento di Economia, quaderno 9/1998, pag. 12.

Bertrand Stern: Andare a scuola per prepararsi al mondo del lavoro?

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