L’apprendimento naturale (o informale) è basato sul consenso, come mostra Elena Piffero in questo bel contributo.

L’unschooling non è solo una scelta di istruzione, ma una maniera di avvicinarsi alla complessità e all’unicità di ogni essere umano, specie nella delicatissima fase dello sviluppo infantile e pre-adolescenziale, con rispetto e fiducia.
L’unschooling è un modo di intendere le relazioni fondato sulla libertà, sulla pari dignità e sulla tutela delle esigenze e delle traiettorie individuali.

L’apprendimento spontaneo si centra sul principio etico della non-interferenza e sul diritto di ogni essere umano di compiere le proprie scelte in libertà, a meno che esse non interferiscano con le scelte altrui.

L’apprendimento, come ogni relazione umana del resto, deve essere basato sul consenso e sul diritto di ogni individuo di vivere libero da costrizioni e violenza, sia fisica che psicologica.

Liberàti dall’incombenza di insegnare, anche gli adulti possono così scendere dal piedistallo e imparare loro stessi dai bambini: le relazioni all’interno del rapporto educativo vengono riequilibrate.
Bellissime a questo proposito le parole del pediatra Marcello Bernardi nel suo Educazione e libertà: “Potrebbe essere il caso di riesaminare un po’ più a fondo questo convincimento, a quanto pare molto radicato e generalizzato, che gli esseri umani debbano venire distribuiti nelle due categorie degli educatori e degli educandi, che i primi debbano fare e i secondi subire e che una simile separazione debba essere tanto netta e invalicabile. […] Mi sembra degna di considerazione l’ipotesi che la presenza di una persona umana sia sempre educativa e credo che lo sia nei confronti di tutti coloro che con quella persona hanno a che fare. Mi sembra insomma che l’educazione non sia una operazione, ma un rapporto, il quale esplica la sua funzione per il solo fatto di esserci e non perché si traduce in azioni dirette a uno scopo. Il migliore appoggio che si possa dare a qualcuno è quello di stargli accanto, di stare dalla sua parte, e non quello di insegnargli qualcosa o di costringerlo a fare qualcosa. […] Educare, conviene ripeterlo una volta di più, vuol dire in sostanza aiutare qualcuno ad evolvere. E chiunque sia in grado di evolvere può aver bisogno di aiuto. Anche se ha ottant’anni. Mentre l’aiuto può venire da qualsiasi parte, anche da un neonato. Basta essere abbastanza umili da riconoscerlo”.

Scriveva John Holt (Learning all the time, How small children begin to read, write, count and investigate the world, without being taught, Da Capo Press, 1989, pag.127): “Ciò che l’adulto può fare per i bambini è rendere sempre più accessibile e trasparente questo mondo e la gente in esso. La parola chiave è accesso: alla gente, ai posti, alle esperienze, ai luoghi in cui lavoriamo, alle altre località in cui ci rechiamo – città, Paesi, strade, palazzi. Possiamo anche mettere a disposizione strumenti, libri,registrazioni, giochi e altre risorse. In generale, i bambini sono più interessati alle cose che gli adulti usano realmente che alle cosette che compriamo appositamente per loro. Intendo che chiunque abbia osservato dei bambini piccoli in cucina sa che giocherebbero con pentole e padelle molto più volentieri che con qualsiasi cosa fatto da Fisher-Price o Lego o chiunque altro. Possiamo aiutare i bambini anche rispondendo alle loro domande. Comunque, tutti gli adulti devono fare attenzione a questo aspetto perché abbiamo la tendenza a rispondere troppo, quando un bambino fa una domanda. “Aha”, pensiamo, “adesso abbiamo la possibilità di insegnare un pochino” e quindi forniamo una relazione di 15 minuti per una risposta.[…] La cosa migliore che possiamo fare è rispondere alla domanda specifica e se non si conosce la risposta, dire “Non so, ma forse riusciamo a trovarlo da qualche parte o tal dei tali potrebbe saperlo.” – Su questo tema si veda anche l’articolo “Parola chiave accesso“.

Elena Piffero, socia LAIF e autrice del libro “Io imparo da solo”, per Terra Nuova Edizioni

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Unschooling, un approccio basato sul consenso

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